Gi le mani dai sindaci flash mob
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Attualità

Sindaci in protesta in Consiglio Regionale, l'appello: "Cancellare la norma che obbliga a dimettersi"

Leccese: "La nostra una testimonianza del diritto che tutti i cittadini hanno la piena libertà di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive"

Su iniziativa del sindaco di Bari Vito Leccese e di alcuni sindaci della Città Metropolitana, questo pomeriggio, nell'Agorà del Consiglio Regionale, si è tenuta la presentazione del documento "Giù le mani dai sindaci", in relazione alla norma approvata dal Consiglio Regionale lo scorso dicembre, che impone ai sindaci candidati alle elezioni regionali di dimettersi 180 giorni prima del voto.

I promotori dell'incontro, evidenziando il carattere antidemocratico di questa legge, hanno sottoscritto un appello congiunto da presentare al Consiglio Regionale affinché la norma venga cancellata o modificata, prevedendo semplicemente le incompatibilità.

Il documento propone il rispetto di un diritto costituzionale, sancito dall'articolo 51 della Costituzione, che garantisce a tutti i cittadini l'eguaglianza nell'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.

Di seguito l'intervento integrale del sindaco Vito Leccese:

"Il Consiglio Regionale Pugliese, lo scorso 31 dicembre, ha votato una norma che richiede ai sindaci che intendano candidarsi alle prossime elezioni regionali di decidere ben 180 giorni prima delle elezioni, mentre con il vecchio comma 2 dell'articolo 6 della legge elettorale gli interessati dovevano dimettersi "non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature".
Questa è ormai cronaca. La conosciamo tutti.
Quello che invece forse ancora non tutti sanno è che questa norma, è stata volutamente inserita nella legge di bilancio. Voi vi chiederete cosa c'entrano i sindaci e le elezioni con il bilancio?
Vi rispondo io: Niente, assolutamente niente. Purtroppo per noi e per fortuna per loro, gli emendamenti del bilancio sono infiniti, come le vie del Signore e tra una festa patronale e un'associazione turistica di un territorio da sostenere, hanno pensato bene di mettere una pietra sui diritti, costituzionalmente garantiti, dei sindaci. Sì, parlo proprio della Costituzione, quella su cui noi giuriamo nel momento in cui indossiamo la fascia tricolore e ci impegniamo a servire le nostre comunità con disciplina e onore. Ecco, quella Costituzione, che per noi significa soprattutto doveri, ma che in questo caso sancisce un diritto inviolabile, e non in quanto sindaci ma in quanto cittadini.
L'articolo 51, infatti, sancisce la piena libertà di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza e sulla base dei soli requisiti di legge.
In queste poche parole sta il senso della nostra presenza qui stasera. E non è un caso che io abbia proposto di organizzare questo momento in questa sala. La nostra non è una sfida ai consiglieri regionali ma è una testimonianza del diritto che tutti i cittadini hanno nell'affermare la loro piena libertà di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Noi siamo qui e abbiamo gli stessi diritti che hanno gli altri cittadini, anzi. Questa fascia tricolore dovrebbe essere un orgoglio per le nostre istituzioni e invece rischia di pesarci addosso come una condanna.
Una condanna decretata da 33 giudici, i consiglieri che hanno votato a favore e che non hanno avuto neanche il coraggio di metterci la faccia su questo voto.
Perché la cosa ancora più grave in tutta questa vicenda è che la norma è stata votata in segreto. Nel nostro ordinamento, nella nostra democrazia, il voto palese è la regola mentre il voto segreto rappresenta l'eccezione e normalmente le votazioni segrete riguardano le persone mentre in questo caso il voto riguardava le regole del gioco democratico. Evidentemente hanno voluto salvaguardare l'anonimato perché poi spesso è proprio ai sindaci che si rivolgono per chiedere i voti. Questa è la verità. Ecco perché i sindaci non possono candidarsi se non dimettendosi sei mesi prima senza nessuna certezza, neanche della data delle elezioni. In cambio cosa succederebbe alle nostre comunità? Qualcuno se l'è chiesto?
No, perché alle comunità ci devono pensare i sindaci, e noi siamo orgogliosi di farlo, perché siamo abituati ad assumerci le nostre responsabilità così come siamo abituati a metterci la faccia, sempre come stasera in questa sala.
Non chiediamo deroghe, né permessi speciali, chiediamo solo che ci vengano riconosciuti i nostri diritti di cittadini italiani. Perché questa norma ha un unico scopo: impedire, di fatto, agli amministratori locali di competere ad armi pari alle elezioni regionali, consentendo agli attuali consiglieri regionali di alterare il gioco eliminando per legge gli avversari potenzialmente più scomodi, quelli più vicini alle comunità degli elettori.
Ecco perché chiediamo che questa norma venga cancellata, che si torni alla ragione, alla giustizia, alla democrazia. Chiediamo che si torni alla Costituzione, prima che sia la Corte, che della Costituzione è garante, a cancellare questa brutta pagina politica e istituzionale. Noi chiediamo che si torni in aula per trasformare l'incandidabilità dei sindaci nella più democratica e più rispettosa delle garanzie costituzionali: l'incompatibilità. Non vogliamo corsie preferenziali, lo ripeto, ma non accettiamo sgambetti sulla linea di partenza.
Concludo dicendo che la legislatura vigente ha ancora esattamente 6 mesi di lavoro davanti a sé, prima della scadenza naturale di settembre. Gli stessi sei mesi che vogliono dare a noi per dimetterci.
Ecco, noi stasera chiediamo che siano loro, in questi sei mesi, a tornare in consiglio per abrogare questo sopruso democratico con cui hanno tentato di metterci fuori corsa e contestualmente, se mi permettete, per evitare l'ennesima cattiva figura ponendo immediato riparo anche al vulnus che ancora vede la regione puglia inadempiente all'obbligo di adeguare la legge elettorale ai principi sacrosanti di pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive per le elezioni del consiglio regionale. E non per una questione di parità di genere né di quote rosa ma per una questione di giustizia e di civiltà.
Perché il palazzo dove siamo stasera non è una torre d'avorio da scalare, né un fortino da proteggere o da espugnare. Questa è la casa di tutti i pugliesi: donne, uomini, sindaci, cittadine e cittadini, liberi e portatori di diritti di cui nessuno dovrebbe appropriarsi e disporre a proprio piacimento".
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